La Fluminense come non l’avete mai vista

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Molto bene, credo di avere la vostra attenzione. Ho due notizie: una buona e una cattiva, come da copione. Quella cattiva è che non ci sono altre foto della signorina in copertina (vi concedo qualche secondo per riprendervi dalla triste novella…). Quella buona è che abbiamo raccolto una generosa mole di informazioni, aneddoti e curiosità attraverso cui raccontarvi origini, storie, colori e simboli di uno dei club più antichi del . Nozioni fondamentali, che fanno comunque cultura, utilissime per rompere il ghiaccio con la signorina in copertina se capitaste dalle parti di .

Oscar Alfredo Sebastião Cox

La storia la fanno gli uomini e il nostro racconto non può prescindere da questo ragazzo. Sì, un ragazzo, perché all’epoca in cui si svolge questa storia il nostro protagonista ha poco più di venti anni. Ma andiamo con ordine. Oscar nasce a Rio nel 1880 da una benestante famiglia anglo-brasiliana: il padre è George Emmauel Cox, già viceconsole britannico in Ecuador – che meriterebbe una trattazione a parte – mentre la madre è la carioca Minervina Dutra. Ha anche un fratello minore, Edwin Horace, anch’egli destinato a lasciare il segno nella storia della ma sul quale glissiamo – almeno per ora – per non andare fuori tema. Determinante nella formazione di Oscar è l’amore per lo sport trasmessogli dal padre, a suo tempo co-fondatore di entrambi i club di cricket di Rio (il Paysandu Cricket Club nel 1872, ed il Rio Cricket & Athletic Association nel 1897). A questo si aggiunge la passione per il foot-ball, sport con il quale Oscar viene in contatto in Europa: scopre il calcio mentre porta avanti i propri studi presso il Collegio “La Ville” di Losanna e, innamoratosene, si picca di “esportarlo” nella propria terra natìa.

Siamo nel 1897, il nostro protagonista rientra dalla Svizzera: ha 17 anni, esperienza di vita in due continenti, parla tre lingue, ha in valigia un pallone ed il regolamento del calcio, ma soprattutto sa esattamente quello che vuole fare.

Il pallone a Rio

Fra fine ‘800 e primi del ‘900 il “futebol” non era esattamente lo sport più in voga nella ridente Rio de Janeiro, dove a farla da padrone erano piuttosto il canottaggio, largamente praticato nella baia di Botafogo (i lettori più attenti apprezzeranno l’accostamento “in voga”/”canottaggio”…), ed il cricket. Il calcio resta confinato a qualche estemporanea esibizione che vedeva contrapposti giocatori di solito appartenenti al medesimo circolo: eventi sporadici, che non richiamano un pubblico degno di nota nè sembrano in grado di incentivare la diffusione del calcio.

Il nostro Oscar non si fa abbattere dalle difficoltà e dalla diffidenza verso il nuovo gioco e quindi, invece di bruciare neuroni nel tentivo di allestire grottesche coreografie per Tik Tok come buona parte degli odierni coetanei, organizza la prima partita ufficiale di calcio nello Stato di Rio. La gara, annunciata addirittura dal “Correio da Manha”, si gioca il 22 Settembre 1901 a Niterói: Paysandu contro Rio Cricket. Non due squadre a caso, e se avete letto con attenzione il paragrafo precedente intuite da soli il perchè. e Victor Etchegaray – un altro apostolo del futebol – giocano nel Paysandu, che schiera solo giovani brasiliani, mentre il Rio Cricket scende in campo con una formazione che raccoglie nelle sule fila esclusivamente inglesi. La gara termina 1-1 e le cronache dell’epoca riportano, riguardo al pubblico, che erano presenti in tutto: “Il padre e la sorella di un giocatore, due amici di un altro e undici tennisti in visita al Club quel giorno”.

Il nostro eroe avrebbe potuto lamentarsi su Facebook dello scarso seguito, di quanti avevano messo “parteciperò all’evento” e in realtà si erano dati alla macchia, ma l’epoca del rincoglionimento globale era – per fortuna – ancora lontana. Così vengono organizzate altre due partite fra i medesimi contendenti, che terminano di nuovo in pareggio, ma soprattutto giunge all’orecchio di Oscar l’eco delle gesta di un altro profeta del foot-ball. Nello Stato di San Paolo infatti un certo ha importato da qualche anno il gioco del calcio creando un buon seguito di praticanti e pubblico. È il personaggio giusto con il quale confrontarsi per far fare il salto di qualità al movimento carioca: basta solo mettere insieme dal nulla una squadra che rappresenti decorosamente Rio, percorrere i 550 Km di ferrovia che separano la città da San Paolo, giocare e possibilmente vincere contro i paulisti, e quindi tornare indietro.

– “Sono 550 Km per San Paolo. Abbiamo un pallone, 11 casacche, è buio e portiamo tutti gli occhiali da sole”
– “Vai!”
A noi piace pensare che sia andata più o meno così.

Nasce il Rio Team, l’embrione da cui prenderà vita la Fluminense. Ma questa è una storia che vi raccontiamo nella prossima puntata.

Autore

Tutto ha inizio alla vigilia di Italia '90, quando alle elementari non mette insieme abbastanza punti per prendere la maglia della nazionale. Ci resta malissimo e da lì inizia a disegnare divise per conto proprio fino a che, svariati anni dopo, si ritrova a progettare le maglie indossate in Serie A e B dalla principale squadra della sua zona. Quando una sua creazione viene consegnata al Papa, finalmente volta pagina. Oltre sè medesimo ammira molto Federico Maria Sardelli, Patrick Nagel, Ettore Borzacchini, Sergio Caputo, Marcello Veneziani e i Duran Duran. Non necessariamente in quest'ordine. Conduce vita ritirata e pratica scrupolosamente l'ira e l'accidia come virtù morali. Comincia ad avere una certa età e sarebbe l'ora mettesse giudizio.

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