Origine dei colori delle nazionali di calcio

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Storicamente le nazionali di calcio indossano maglie monocolore – piene in araldica –, al contrario delle squadre di club che tendono a distinguersi con vari abbinamenti di più colori (rossoneri, blaugrana, blucerchiati, capite già a chi mi riferisco anche solo così…). Queste maglie piene generalmente riprendono uno dei colori della bandiera, spesso distribuendo gli altri fra pantaloncino e calzettoni. Tradizione che, come moltre altre, sembra essere nata nei primi del ‘900 fra le quattro “nazioni” del Regno Unito. Con , , e che iniziano a utilizzare il principale colore della propria bandiera, nell’ordine: bianco (come il campo attraversato dalla croce di San Giorgio), blu (variante di un tono più scuro del vessillo sul quale risalta la croce di Sant’Andrea), rosso (come il colore del drago che sovrasta la base bianco-verde) e verde (colore del trifoglio di San Pratizio).

Scelte come quelle mostrate nell’esempio sono adottate non di rado, anche grazie al fatto che la grande maggioranza di bandiere è composta da tre o quattro colori. Questa posizione è stata mantenuta costante almeno fino al cambio di marcia estetico sviluppato fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 e blasfemamente stravolte nel nuovo millennio a causa delle scellelate linee guida della FIFA che preferisce completi monocolore per una insensata – a mio avviso – necessità di migliore visibilità televisiva (ma ormai non abbiamo tutti il 4K o almeno l’HD?!).

Le maglie tradizionali delle nazionali risultano spesso simili fra loro. Questo è dovuto al fatto che i colori dominanti dei vessilli sono i comuni rosso, blu, verde, bianco e giallo, come si può verificare, insieme ad altre curiosità, su flagstories.co, dove uno studio danese ha creato delle bellissime infografiche sul tema.

Un vecchio detto sostiene che “l’eccezione conferma la regola” e, anche nel nostro caso, di eccezioni ce ne sono diverse e molto interessanti.
Ci soffermimo su alcune, raccontandone la genesi.

Nel 1910, per la sua prima partita ufficiale, la nazionale scelse il bianco, presente nella bandiera. Dall’anno successivo invece si decise di assegnarle l’azzurro, il colore dei Savoia – si sa, i reali tendono a essere vanitosi – regnanti all’epoca e il bianco fu retrocesso sulla maglia di cortesia (solo una volta, nel 1938 contro la Francia in pieno regime fascista, l’Italia si presentò in completo nero).

L’azzurro era il colore della bandiera del Regno di Sardegna e, una volta avvenuta l’unità d’Italia, venne dismesso in favore del tricolore (rimanendo però sulla coccarda). Azzurro che a sua volta derivava, come per la monarchia francese, dal manto della Madonna.

La cosa strana è che, dopo aver perso la guerra e istituito la repubblica, l’azzurro sia rimasto al suo posto sulle maglie della nazionale. Probabilmente l’associazione con la vittoria dei due del 1934 e 1938 e il desiderio di continuità hanno avuto la meglio e la maglia azzurra è diventata un’icona mondiale. Lo stemma sabaudo però fu sostituito da uno scudetto tricolore.

Nota a margine interessante: differentemente da gli altri sport, nel mondo dei motori l’Italia è associata indiscutibilmente al rosso (presente stavolta nel tricolore), come ricordano bene Ferrari, Ducati, Maserati, Guzzi e Gilera.

La bandiera olandese è notoriamente rossa, bianca e blu. Ma, ancora più notoriamente, la loro maglia è di uno splendido arancione. Colore rimasto impresso a tinte indelebili dopo i mondiali del 1974 e del 1978 dove Cruijff e compagni hanno sbalordito il mondo degli appassionati di calcio. E non solo.

L’arancione è il colore di livrea della casata degli Orange, che da secoli è la famiglia reale dei Paesi Bassi. Le loro navi, che ne facevano una grande potenza marittima, esponevano una bandiera arancio-bianca-blu (mix del colore reale e di quelli del mare). Solo nel XVI secolo l’arancione fu sostituito dal rosso, più resistente alle sollecitazioni del sole che faceva sbiadire il colore originale con troppa facilità.

La famiglia reale era veramente amata e sostenuta dal popolo e per loro sono state ricolorate geneticamente persino le carote – in origine bianche o viola –, figuriamoci se non ci associavano il colore della maglia della nazionale.

La Germania attuale sfoggia una riconoscibilissima bandiera nera-rosso-gialla, ma la maglia bianca. Il motivo è storico e la scelta si rifà alla vecchia bandiera del 1906 – anno di esordio nella nazionale tedesca – nero-bianco-rossa derivata dalla fusione dei colori dell’impero prussiano e della lega anseatica. Colori che sono stati ripresi, anche se in forma diversa, dal regime nazista.

Il bianco della maglia e il nero dei pantaloncini sono stati mantenuti per tradizione e continuità (un po’ come successo da noi) ma è stato tolto il colletto rosso usato durante il Terzo Reich. Solo grazie alla strabordante creatività tipica degli anni ’90 sono stati aggiunti riferimenti all’attuale bandiera, come nella meravigliosa maglia proposta ai mondiali in Italia.

Nei primi anni del 1900 e fino al Mondiale di casa del 1950 il Brasile vestiva una limpida maglia bianca, alle volte con maniche bordate di blu o con i pantaloncini blu. Ma la disfatta del Maracanazo sconvolse un paese intero, più del dovuto. Ovviamente anche la maglia ricevette numerose critiche, i colori non erano ritenuti nazionalistici e il bianco soffriva di un “vuoto simbolico, psicologico e morale“.

Si decise quindi di cambiare e fu indetto un concorso per disegnare la nuova maglia che comprendesse i colori della bandiera: blu, bianco, verde e giallo. Vinse un ragazzo di nome Aldyr Garcia Schlee dopo centinaia di bozze scartate, come spiegò a un giornalista dell’epoca.

Il bianco e il blu vanno assieme, risaltano a vicenda. Fin qui una scelta facile. Ma poi che tinte rimangono? Il giallo e il verde, che oltretutto sono i due più usati per indicare il Brasile. Quando ci leghiamo i nastrini ai capelli sono gialli e verdi. Dunque pensai: lavoriamo sul giallo e sul verde.
Feci più di un centinaio di disegni. Feci due strisce a forma di X. Feci una V come quella della formazione argentina Vélez Sarsfield. Giunsi alla conclusione che la maglietta doveva essere fondamentalmente gialla. Col verde era stonata. Il giallo lega con il blu e il bianco poteva andare sulle calze.

Il resto lo fecero Pelé, Garrincha, Zico, Romario, Ronaldinho, Ronaldo, che con quella maglia gialla hanno fatto conquistare al proprio paese cinque titoli mondiali e fatto innamorare del calcio numerose generazioni.

Noi abbiamo ben impressa la meravigliosa maglia peruviana bianca con banda diagonale rossa. Un must have di tutti gli appasionati di calcio. Ma all’inizio non era così. Il Perù vestiva una casacca bianco-rossa palata come la propria bandiera e nel 1930, per i mondiali in Uruguay, si presentò con un elegante divisa bianca accompagnata da colletto rosso.

Solo alle Olimpiadi del 1936 iniziò a usare l’attuale fantasia, con una squadra che tenne testa ai tedeschi padroni di casa costretti a inscenare un’invasione di campo sul 4-2 peruviano con rinvio della partita e conseguente abbandono degli avversari, che però rimasero nella storia del paese. Tre anni più tardi, sempre con la stessa maglia, vinsero la loro prima Coppa America e dal quel momento la maglia non è stata più modificata.

Altra eccezione, maglia a strisce verticali unica nel suo genere, divina, non solo per i suoi importanti numeri 10. Riprende i colori della bandiera invertendone il senso ma rispettando il codice non scritto nato con la scissione fra rugby e football. Fasciato per i primi, palato per i secondi.

La Croazia è uno stato troppo giovane per rientrare nelle bon-ton dei primi del ‘900, quindi niente maglia piena ma un bellissimo e originale scaccato bianco-rosso come lo scudo posto al centro della bandiera.

Autore

Grafico, ex portiere di calcio e calcio a 5, appassionato di Subbuteo, tifoso viola, semi-giapponese di acquisizione. L'amore per le maglie è una logica conseguenza o la matrice iniziale, visto che è nato parallelamente all'amore per il pallone in seconda elementare.

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