Cardiff City FC: metti il rosso, togli il rosso.

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Un doveroso preambolo: per offendere la storia di un club, stuprare le sue tradizioni e vilipendere i suoi colori, non occorre necessariamente essere un magnate proveniente da qualche paese esotico o un fondo di investimento manovrato da finanzieri senza scrupoli. Basta essere sufficientemente arroganti da considerare un club come il proprio giocattolino personale, oppure affidarsi a uffici marketing incapaci di valorizzare un’identità storicamente consolidata ma abilissimi nel riplasmarla in base alle isterie e alle mode del momento.

Un concetto base dal quale non si dovrebbe prescindere.

“Comanda chi mette il grano”, vi sentirete rispondere da qualcuno mentre cerca “nelle proprie narici una testimonianza delle sue radici” (citazione per i più eruditi), ma per fortuna non sempre è così. L’antidoto a questo genere di scenario è a base di buonsenso, conoscenza della storia e passione autentica. Viene somministrato alle società da quei tifosi che hanno il brutto vizio di non considerare se stessi dei banali “consumatori”, nè la propria squadra un “prodotto” qualsiasi al quale cambiare confezione a piacimento.

Giova quindi rinfrescare la memoria dei nostri lettori ricordando le vicende del , giusto per ribadire che la volontà di un collettivo adeguatamente motivato (eufemismo) e organizzato può più di qualsiasi conto in banca.

Le premesse

Cardiff, ridente cittadina di circa 370.000 abitanti eretta su una palude bonificata, si affaccia con lo splendore delle sue 156 diverse tonalità di grigio sulle placide acque del canale di Bristol. Gemellata con Bari, è celebre nel mondo per aver dato i natali a Ken Follett, Shirley Bassey ma soprattutto a Ioan Gruffud.

Celebrità autoctone.

Se parliamo di pallone, sorvolando sui nomi dei tanti calciatori più o meno celebri (da Bellamy a Bale, passando per Giggs) venuti al mondo nel perimetro amministrativo della città, dal 1908 “calcio” fa rima con Football Club. La squadra non ha mai partecipato al campionato gallese, mentre in terra inglese vanta un onesto percorso sportivo fatto di altalene più o meno frequenti fra prima e seconda divisione (intese come le attuali Premier e Championship), con qualche infelice incursione in terza e quarta che però sembrano ormai spettri di un passato relativamente lontano. Nel palmares compaiono ben 22 Coppe del Galles, ma soprattutto la FA Cup del 1927 che ancora oggi fa dei Bluebirds l’unica compagine non inglese ad essersi aggiudicata il trofeo.

Proposta indecente

Quel bel donnino di Demi Moore nei suoi cenci: correva l’anno 1993.

“Quanto vale la storia del tuo club? Che prezzo hanno le tue tradizioni, i tuoi simboli, i tuoi colori? Bastano 100 milioni di sterline? Mi presti tua moglie per una notte?”. Questa è in sostanza (forse non proprio alla lettera) la proposta indecente giunta alla piazza di Cardiff nell’Estate 2012 da parte di Vincent Tan, uomo d’affari cino-malesiano che dal 2010 aveva acquisito il controllo del club. Su un piatto della bilancia veniva messo un consistente investimento finalizzato, almeno in teoria, a riportare stabilmente la squadra in Premier; sull’altro invece la ristrutturazione coatta (in tutti i sensi) dell’immagine del club a partire dai suoi elementi cardine, ovvero lo stemma e la prima maglia.

Il surreale piano di marketing puntava a fare del il club di riferimento dell’universo gallese, mutuando a tale scopo colori e simboli dalla nazionale: il rosso ed il drago. Il caso voleva poi che questi due elementi fossero particolarmente cari alla cultura asiatica, così i grandi scienziati del marketing si convinsero di avere in mano le chiavi con le quali spalancare le porte dell’espansione del club in estremo oriente. É grazie a quella geniale intuizione che oggi, specie nel sud-est asiatico, in ogni città è presente un Cardiff City Supporters Club. O forse no?

La “proposta indecente” cui accennavamo diventa presto “solida realtà”: da una parte il ripianamento dei debiti, corpose iniezioni di denaro nella casse societarie, investimenti importanti nella rosa; dall’altra lo stravolgimento dello stemma, la “retrocessione” del blu alla da trasferta e la “promozione” del rosso a colore principale.

Grottesco poi il tentativo di guadagnare una parvenza di “legittimità storica” inserendo nello stemma la data di fondazione del Riverside AFC (fondato nel 1899) da cui – ma solo nel 1908 – nacque il FC. Ma probabilmente è più corretto interpretare questo passaggio come la “ciliegina sulla torta” nel processo di costruzione di un’identità completamente diversa: cosa taglia le radici in modo più netto di una nuova “data di nascita”?

Tuttavia la partita, per fortuna di noi ultimi romantici del pallone, è solo all’inizio.

La piazza la prende bene

Sì, talmente bene che nasce subito un coordinamento di tifosi finalizzato ad organizzare le proteste: il “Keep Cardiff Blue”. Del resto parliamo di gente che già nel 2000, di fronte a una situazione analoga, aveva riportato a più miti consigli il proprietario dell’epoca, il libanese Sam Hammam, stroncando sul nascere certe fantasie di rebranding (ma quanto è cacofonico “rebranding”?).

Davanti al “Keep Cardiff Blue” viene però immediatamente agitato lo spauracchio di possibili ritorsioni legali (prima ancora che abbia luogo una qualsiasi manifestazione), mentre una riunione di “dissidenti” presso un locale della città viene interrotta dall’irruzione di un gruppo di vecchi hooligans che minaccia tutti i presenti. Il risultato finale è la spaccatura fra i tifosi che si dividono sostanzialmente in 4 categorie:

  1. i completamente contrari allo scempio che boicottano la società,
  2. i contrari allo scempio che continuano a seguire la squadra allo stadio,
  3. i rassegnati allo scempio in cambio dell’iniezione di capitali,
  4. gli entusiasti dello scempio.

Difficile quantificare le percentuali degli appartenenti a ciascun gruppo. Come sempre la massa si lamenta via web, ma quando si tratta di metterci la faccia le adesioni precipitano vertiginosamente… vi suona familiare?

Restando sulle maglie facciamo una precisazione: non è che la storia delle divise del sia stata in precedenza esente da scelte discutibili, anzi. Basta dare un’occhiata alla galleria di seguito. Tuttavia si trattava di divise palesemente figlie dell’estetica del loro tempo, dei mezzi ridotti della società, delle pretese di visibilità degli sponsor o magari del cattivo gusto di qualche dirigente. Non c’era nulla però che andasse volontariamente a toccare “i fondamentali” in modo sostanziale.

Spezziamo poi per onestà intellettuale una lancia a favore del rosso, che in sè per sè non rappresenta una totale novità: per la da trasferta (in alternativa al giallo) è stata almeno negli ultimi 30 anni l’opzione più gettonata. Ma qui parliamo di far diventare il rosso il colore dominante della prima maglia e quella, almeno nella testa di un vero tifoso, è tutta un’altra cosa.

Le tentazioni del lato oscur… ehm, rosso!

Tentazioni, me le sento già… (citazione solo per eletti).

Gli scienziati del marketing in seno alla società ne pensano poi un’altra delle loro: “Non riusciamo a convincerli? Compriamoli!”. Quindi in perfetto stile “conquistadores che sventolano sotto il naso dell’indio di turno vetrini colorati”, la società partorisce la brillante idea di regalare ai tifosi in occasione di Cardiff – Brighton del 19 Febbraio 2013 una sciarpa, ovviamente rosse e con il drago in bella evidenza, illudendosi di aver trovato l’escamotage per far sparire il blu dalle proprie tribune. Per rendere più appetibile il boccone avvelenato, la dirigenza mette sul piatto anche la possibilità di vincere il rimborso completo dell’abbonamento stagionale se fotografati e pubblicati sui social del club con la famigerata sciarpa rossa al collo.

L’impressione iniziale è che lo stratagemma di marketing funzioni: lo stadio si tinge per la prima volta di rosso, con la stragrande maggioranza dei tifosi presenti che indossa il “gentile omaggio” (20.000 i pezzi distribuiti…) della società. Tale è il colpo d’occhio che alcuni appartenti alla corrente anti- vivono l’evento come una vera e propria Caporetto, alzando bandiera bianca e dichiarando morto ai propri occhi il Cardiff City quella sera.

Cardiff vs Brighton: tanto, tanto, tanto poliestere rosso in formato di sciarpa.

Ma non bisogna mai arrendersi, perchè è nel momento più buio che la luce diventa più nitida. Ci piace dunque immaginare che il Dio del Calcio abbia deciso di manifestare inequivocabilmente il proprio disappunto di fronte a quello scenario attraverso il risultato della partita, terminata 0-2 per gli ospiti, e che il popolo Bluebirds messo di fronte al Mar Rosso (di sciarpe) abbia improvvisamente realizzato di essere davanti ad un punto di non ritorno. Tenere quella cosa rossa al collo avrebbe significato voltare davvero pagina, rinunciando a quell’ultima traccia di identità costituita dalle sciarpe blu che, nonostante tutto, avevano continuato a colorare gli spalti fino ad allora.

No, Cardiff non avrebbe rinunciato ad una storia ultracentenaria per venerare il “vitello (malese) d’oro”. Buona parte delle 20.000 sciarpe rosse furono così lasciate sui seggiolini dello stadio, alcune vennero lanciate in campo e altre… lo vedete in foto.

Il su(c)cessone dell’iniziativa.

In seguito non contribuirono a distendere gli animi nè a facilitare la (forzosa) transizione le dichiarazioni di Tan che, parlando di un possibile Cardiff vs QPR in Premier League la stagione successiva, si riferì alla gara senza mezzi termini come “derby malese” (malese era all’epoca anche il patron del QPR, Tony Fernandes). Una fetta dei tifosi, probabilmente travisando oltre il lecito il senso del discorso, trasse la seguente conclusione: “The vision appears to be a club representing Malaysia, not Cardiff”. Insomma, altra benzina sul fuoco.

I risultati sportivi, leggasi promozione in Premier, avrebbero potuto mettere a tacere le rivendicazioni del tifo locale. Ma non a Cardiff. Così la premiazione della squadra, che si aggiudica la staccando di ben 8 punti la seconda in classifica, avviene in una cornice surreale: il Cardiff City Stadium colorato principalmente di blu dai tifosi di casa mentre i giocatori e lo staff alzano il trofeo di categoria vestiti di rosso. Ma non è finita qui.

Chi la dura la vince

A fine Maggio 2013, poche settimane dopo la promozione in Premier, il gruppo “Bluebirds Unite/Blue Army” (che ha fra i principali animatori una donna, Sian Branson) organizza una prima marcia di protesta. Vi partecipano poche decine di persone, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Segue una petizione per il ripristino degli autentici colori sociali che raccoglie 6.000 adesioni, ma il segno che qualcosa sta davvero cambiando lo dà la corposa partecipazione alla successiva marcia di Agosto.

25 Agosto 2013: eppur si muove.

Giungiamo così all’apertura della stagione 2013/14, con il Cardiff in Premier League ovviamente ancora in rossa ed i tifosi sempre sulle barricate. Vincent Tan non indietreggia di un passo, i supporters gallesi nemmeno. Indietro va invece la squadra, che con 30 miseri punti si piazza all’ultimo posto in classifica nonostante il cambio di guida tecnica (da Mackay a Solskjær). Ciliegina sulla torta: l’addio alla massima serie arriva a suon di goal fra le mura amiche del Cardiff City Stadium. Il problema è che i goal sono degli avversari. Risultato finale 3-6 per il Liverpool (con tripletta di Suarez) e addio sogni di stabile permanenza in Premier. Ciao core, si torna fra i cadetti.

Come se il nastro si fosse riavvolto, lo scenario del campionato 2014/15 sembra quindi ricalcare in tutto e per tutto quello di due anni prima. Un cambiamento in termini di maglie però c’è: viene rimpiazzata dalla “soluzione interna” Cosway Sports, con risultati riassunti eloquentemente dall’espressione entusiasta del povero Peter Whittingham (venuto sfortunatamente a mancare lo scorso Marzo a soli 35 anni).

Vincent Tan resta trincerato sulle proprie posizioni, lasciando intendere a più riprese che se i tifosi volevano tornare al blu allora avrebbero dovuto cercare anche una nuova proprietà al club. Ma leggenda vuole che la magia del Natale compia il “miracolo” nel Dicembre del 2014, quando la madre del patron pare sia riuscita a convincere il figlio di quanto sarebbe stato saggio tornare sui suoi passi. Almeno così recita la versione del discorso ufficiale pronunciato dal buon Tan, condito addirittura da una citazione di J.F. Kennedy.

With the guidance, blessing and influence of my mother, I asked my chairman, Mehmet Dalman, and chief executive officer, Ken Choo, for their advice and to consult with a good cross-section of the fan base. These views were also added to by a large number of emails that were sent to the club over the last 24 hours from our wider supporter base. To paraphrase John Fitzgerald Kennedy: “Let us never compromise out of fear. But let us never fear to compromise”


Fatti i dovuti passi presso la burocrazia sportiva, il 9 Gennaio 2015 viene ufficializzato il “ritorno all’antico”, che si traduce materialmente in una semplice “inversione” delle casacche in dotazione al Cardiff City: la blu torna ad essere la “home shirt”, la rossa riprende il ruolo di “away shirt”.

10 Gennaio 2016, Cardiff vs Fulham: squadra di casa in blu, tifosi in blu, stadio blu. Finalmente.

Il 10 Gennaio i Bluebirds tornano finalmente in campo con i colori storici: il Dio del Calcio apprezza e benedice l’evento concendendo la vittoria per 1-0 sul Fulham. Giusto nel caso qualcuno avesse avuto ancora dubbi e stesse aspettando un segnale divino. Vincent Tan fa buon viso a cattivo gioco e si impegna a rivedere anche lo stemma sociale, ricevendo unanime apprezzamento dalla piazza.

Con la stagione 2015/16 si chiude finalmente il cerchio. Nello stemma il Bluebird torna l’elemento principale, peccato però per la bordatura rossa dello scudo ed il dragone cinese incastonato alla base, quest’ultimo nemmeno lontanamente simile al Y Ddraig Goch gallese. Ma come abbiamo già scritto in precedenza, da qualche parte bisogna pur cominciare nel fare le cose.

La fornitura del materiale tecnico passa ad Adidas, che evidentemente aveva fiutato l’affare di inserirsi in un contesto nel quale i tifosi avevano “fame” di una nuova maglia. Viene confermato il blu della tradizione, anche se “sporcato” da una sfumatura navy sulla parte alta della divisa. Ma si sa, il navy è più elegante… insomma, motivazioni di altissimo spessore. Comunque, nel complesso, è pur sempre un kit che rappresenta un passo avanti rispetto agli immediati precedenti.

Tutto è bene quel che finisce bene. I rapporti fra società e tifosi si sono in seguito definitivamente rinsaldati nonostante i risultati sportivi non abbiano tenuto fede alle promesse di grandeur: squadra fuori dai playoff 2015/16 e 2016/17, una successiva promozione in Premier nel 2017/18 ma con immediata retrocessione in a fine campionato. La scorsa stagione si è chiusa con la rocambolesca eliminazione in semifinale playoff ad opera del Fulham, mentre quest’anno il Cardiff City veleggia a metà classifica cercando di capire quali ambizioni coltivare dopo 8 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte.

Chissà, magari il Dio del Calcio aspetta solo che spariscano finalmente quella bordatura rossa e quel drago cinese per illuminare il destino dei Bluebirds. Mentre aspettiamo il lieto evento facciamo nostre le parole di Ben Dudley, tifoso del Cardiff che sul suo blog “Supporters, not customers” scrisse:

If you don’t believe in the identity of your club and simply enjoy success, everyone in the world might as well support Barcelona.

Autore

Tutto ha inizio alla vigilia di Italia '90, quando alle elementari non mette insieme abbastanza punti da prendere la maglia della nazionale. Ci resta malissimo e da lì inizia a disegnare divise per conto proprio fino a che, svariati anni dopo, si ritrova a progettare le maglie indossate in Serie A e B dalla principale squadra della sua zona. Quando una sua creazione viene consegnata al Papa, finalmente volta pagina. Oltre sè medesimo ammira molto Federico Maria Sardelli, Patrick Nagel, Ettore Borzacchini, Sergio Caputo, Marcello Veneziani e i Duran Duran. Non necessariamente in quest'ordine. Conduce vita ritirata e pratica scrupolosamente l'ira e l'accidia come virtù morali. Comincia ad avere una certa età e sarebbe l'ora mettesse giudizio.

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  1. […] punto di riferimento al quale nessun autentico tifoso che si professi tale potrebbe mai rinunciare, come ci ricorda la travagliata esperienza del Cardiff che solo grazie alla perseveranza dei tifosi ha avuto un lieto […]

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