We dinnae break th’ hoops! Il Celtic e i numeri “di maglia”

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Come scrivevamo in un altro articolo, nel 1939 la F.A. regolamenta l’introduzione dei di maglia in grazie a un’idea di . In – a causa dell’interruzione dei campionati durante la Seconda Guerra Mondiale – si iniziò ad aderire a questa pratica solo dal 1945, ma solo nel 1960 divenne obbligatoria. Però c’era ancora una squadra, una delle più importanti e vincenti del Regno Unito, che si rifiutava di seguire questa norma: il .

Il suo presidente dell’epoca, l’idealista e tradizionalista Robert Kelly, si rifiutava categoricamente di sfregiare le iconiche strisce orizzontali bianco-verdi che fasciavano per intero la maglia della sua squadra con questa inutile e moderna numerazione. Maglia che i The Bhoys – abbreviazione di “The Bould Bhoys“, ovvero “I ragazzi audaci”, come era scritto su una cartolina del dei primi del ‘900 con questa particolare grafia derivata dal gaelico dove la b è spesso accompagnata da una h – indossavano immacolata a partire da una partita giocata contro il Partick Thistle del 15 agosto 1903. Vittoria per 2-1 al Celtic Park.

Anche Desmond White – calciatore del Queen’s Park, figlio di Thomas e fratello di Chris, entrambi direttori generali del team bianco-verde – in seguito avrebbe sostenuto che la maglia…

did not lend itself to numbers

Numerazione obbligatoria

Costretti a numerare i propri giocatori, il Celtic decise di usare un escamotage che li ha resi un unicum nel panorama internazionale: inserire i numeri sui pantaloncini, con una dimensione almeno doppia rispetto a quella cui siamo abituati adesso e sia sul davanti che sul dietro. In questo modo si aggirava il regolamento rendendo riconoscibili i calciatori dagli avversari e dal pubblico a colpo d’occhio mantenendo salda la tradizione. L’esordio è datato 14 maggio 1960, amichevole contro gli olandesi dello Sparta Rotterdam terminata 5-1 per gli scozzesi.

Buona la prima

L’idea resistette fino al 1975, quando la impose la numerazione sulla schiena per le partite internazionali. I numeri dovevano essere neri e indossati sul retro delle maglie, con la sequenza 1-11 per i giocatori che sarebbero scesi in campo e 12-16 per le riserve (per gli scaramantici era possibile escludere il numero 13). Nonostante la riluttanza a cooperare con la nuova regola, il 5 novembre il Celtic, che avrebbe affrontato i portoghesi del Boavista per la gara di ritorno della , fu obbligato ad adeguarsi. Dopo un pareggio senza reti all’andata, i numbered Hoops superarono il turno approdando ai quarti di finale con un netto 3-1. Kenny Dalglish apre le marcature dopo solo 35 secondi, Johannes Edvaldsson e Dixie Deans completano la vittoria.

Alla fine, dai, è andata bene anche questa

Nell’ottobre del 1960 gli scozzesi fecero un tentativo di inserimento dei numeri sulla schiena. In una partita dell’Anglo-Franco-Scottish Friendship Cup, contro i francesi del Sedan, vennero applicati dei numeri gialli che risultarono orribili e poco visibili, soprattutto sotto i riflettori. Questo pastrocchio aumentò la consapevolezza di abbandonare la soluzione classica per virare sulla trovata originale che li ha resi unici.

Hoops interrotto

Fra le mura domestiche invece si andò avanti fino al 1994, quando la seguì la tendenza del resto d’Europa e adottò la numerazione fissa e personalizzata. Indomito e ligio alla tradizione il Celtic ha risposto aggiungendo i numeri nella parte superiore delle maniche, giocando così le prime partite ufficiali del mese di agosto. Alla fine però la lega ebbe la meglio e la squadra di Glasgow fu costretta a rompere gli hoops per adeguarsi al regolamento.

Nel tempo, soprattutto in Europa, colpevoli le folli direttive UEFA, gli hoops sono stati struprati a tal punto da essere sostituiti sul retro da patacconi bianchi improponibili. Meno male che almeno in Scozia hanno avuto maggior buon senso.

Due eccezioni meritevoli

L’8 settembre del 1973, alla prima uscita casalinga della stagione contro il Clyde (risultato finale 5-0), tutti i giocatori del Celtic si presentarono in campo con lo stesso numero di maglia pantaloncino: il numero 8. Questa particolare scelta fu per celebrare l’8° campionato nazionale consecutivo vinto e portò fortuna, alla fine della stagione vinsero pure il 9° (ovvero il loro 29° complessivo).

Il numero 8 lancia in profondità per il numero 8 che crossa. Grande stacco di testa del numero 8 che segna!

Una situazione simile si è creata anche il 19 marzo del 2006 nella finale di Coppa di Lega contro il Dunfermline Athletic vinta per 3-0. L’intera squadra vestì i pantaloncini col numero 7 dedicati al ricordo della leggenda Jimmy Johnstone, deceduto da poco. Per regolamento però i numeri sulla schiena rimasero invariati. Durante il riscaldamento tutti indossarono una giacca con nome e numero del campione sulle spalle e durante la premiazione cambiarono maglia indossandone una commemorativa, sempre marchiata “7 Johnstone”.

Giusto tributo alla leggenda

La sorte volle che Maciej Żurawski, numero 7 in quella stagione, aprisse le marcature al 43° del primo tempo siglando il suo 7° gol stagionale. Fa quasi paura…

– Così eravamo più belli però
– Hai ragione cumpa’

Autore

Grafico, ex portiere di calcio e calcio a 5, appassionato di Subbuteo, tifoso viola, semi-giapponese di acquisizione. L'amore per le maglie è una logica conseguenza o la matrice iniziale, visto che è nato parallelamente all'amore per il pallone in seconda elementare.

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